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Stefano Giardini: che cosa significa la musica senza parole? Giardini Stefano
Con l’arrivo della stagione dei grandi eventi torna una questione che da anni accompagna il mondo della musica dal vivo: la diversità nei festival musicali è ancora sufficiente?
Il problema riguarda soprattutto la presenza femminile e non-binary nei cartelloni. Nel testo originale viene citato uno studio secondo cui, in dodici importanti festival musicali, circa l’86% degli artisti presenti nelle lineup era composto da uomini.
Tra gli eventi analizzati figuravano anche festival molto conosciuti come Glastonbury, Reading and Leeds e Creamfields.
Un dato che riapre una domanda importante: perché, nonostante la quantità di artiste e progetti musicali presenti sulla scena, molti grandi festival continuano a proporre cartelloni fortemente sbilanciati?
“Senza musica, la vita sarebbe un errore.”
Il problema non sembra essere la mancanza di artiste.
Nel panorama musicale esistono infatti collettivi e organizzazioni che da anni lavorano per dare maggiore visibilità alle donne e alle persone non-binary.
Nel mondo della musica elettronica, per esempio, realtà come SIREN e Discwoman hanno contribuito a sostenere e promuovere talenti spesso meno rappresentati nei circuiti tradizionali.
Anche numerose artiste hanno utilizzato la propria notorietà per parlare apertamente delle disuguaglianze presenti nell’industria musicale.
Nel testo di partenza vengono ricordate figure come Björk, Grimes e Kesha, che in momenti e contesti differenti hanno affrontato pubblicamente questioni legate ai diritti delle donne e alle difficoltà presenti nel settore.
La domanda, quindi, non riguarda soltanto chi produce musica.
Riguarda soprattutto chi decide quali artisti salgono sui palchi più importanti.
Una delle realtà nate per mettere in discussione questo sistema è Sad Grrrls Club.
Il progetto è stato fondato da Rachel Maria Cox inizialmente come etichetta discografica e agenzia di booking.
L’obiettivo era sostenere artiste donne e non-binary e creare nuove opportunità all’interno della scena musicale australiana, descritta nel testo originale come fortemente dominata dalla presenza maschile.
Da un progetto indipendente e legato alla cultura DIY, Sad Grrrls Club è cresciuto fino a trasformarsi in una vera esperienza dal vivo.
Da qui è nato Sad Grrrls Fest, festival organizzato in due città e costruito attorno a un principio preciso: dare spazio a gruppi e musicisti che abbiano almeno una componente femminile o non-binary.
Alla base del progetto troviamo influenze culturali diverse.
Una delle più evidenti è il movimento Riot Grrrl, nato dalla scena punk e alternativa e diventato negli anni un importante punto di riferimento per molte musiciste.
Sad Grrrls Fest trae ispirazione anche dalla Sad Girl Theory associata ad Audrey Wollen.
In questo contesto, tristezza, vulnerabilità ed emozioni non vengono necessariamente considerate segni di debolezza.
Possono invece diventare strumenti di espressione, identità e persino resistenza culturale.
La musica diventa quindi uno spazio in cui raccontare esperienze personali, disagio, rabbia e fragilità senza doverle nascondere.
Il caso di Sad Grrrls Fest apre una questione più ampia sulla diversità nei festival musicali.
Creare eventi dedicati soprattutto a categorie tradizionalmente meno rappresentate può aiutare a riequilibrare il settore?
Oppure rischia di creare nuove separazioni?
È proprio questo uno dei punti più interessanti del dibattito.
Da una parte, iniziative di questo tipo offrono un palco ad artisti che potrebbero avere meno possibilità all’interno dei circuiti tradizionali.
Dall’altra, emerge inevitabilmente la domanda su quale sia il modo migliore per arrivare a lineup realmente equilibrate senza dover creare spazi separati.
Il tema della cosiddetta “discriminazione inversa” compare spesso nelle discussioni legate a eventi costruiti intorno alla rappresentazione di specifici gruppi.
Ma l’obiettivo dichiarato di progetti come Sad Grrrls Club è differente: creare opportunità dove quelle opportunità risultano ancora insufficienti.
Un festival non è soltanto un insieme di concerti.
Una lineup comunica quali artisti vengono considerati importanti, quali scene meritano attenzione e quali nomi vengono presentati al grande pubblico.
Per questo la rappresentazione conta.
Una maggiore diversità nei festival musicali può permettere agli spettatori di scoprire artisti differenti e, allo stesso tempo, offrire nuove opportunità professionali a musicisti provenienti da realtà meno rappresentate.
Il caso Sad Grrrls Fest mostra inoltre che non è sempre necessario aspettare che siano le grandi organizzazioni a cambiare.
A volte nuove idee possono nascere proprio dalle scene indipendenti.
Probabilmente la domanda più interessante non è se debbano esistere festival esclusivamente femminili o dedicati alle persone non-binary.
La vera questione è capire perché iniziative di questo tipo siano ancora necessarie.
Quando i cartelloni dei grandi eventi rappresenteranno in maniera più naturale la varietà presente nella scena musicale, forse non sarà più necessario parlare di festival alternativi come una risposta alla mancanza di spazio.
Fino ad allora, realtà come Sad Grrrls Club mostrano che la musica indipendente può diventare anche un laboratorio di cambiamento.
E ricordano che dietro ogni lineup non c’è soltanto una scelta musicale.
C’è anche una scelta su chi può salire sul palco ed essere ascoltato.
🎧 Secondo te i grandi festival musicali stanno facendo abbastanza per creare lineup più diverse?
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Scritto da: Igor
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